malgradare
tante cose cominciano e forse finiscono come un gioco
È meglio esprimere ciò che si sente. Certo. Ma raramente lo faccio. Non mi fido. Non abbastanza da mettere i miei sentimenti nelle mani di qualcuno. Mi sono mostrata, e la mia ingenuità è stata fraintesa. Devo riconoscerlo, nel farlo ho sbagliato. Adesso mi pregio di una vanitosa rabbia da perdente
E’ un uomo senza colore, quello riverso bocconi sulla panchina. La sua condizione ha radunato un capannello di gente. Qualcuno da un bar esce con un bicchiere d’acqua. Una donna gli si avvicina, vorrebbe toccarlo ma non si osa. Un netturbino lo scuote per accertarsi che sia vivo, gli chiede il suo nome: l’uomo geme.Viene chiamata la polizia e il capannello diventa una piccola folla, immobile, che si disperde solo quando l’uomo viene caricato di peso nella volante. É lo stupore di una città di provincia che va in scena. Qui, le cose non sono peggiori che altrove. Nè meglio. Qui si vive nell’arroganza di sentirsi al sicuro. Lontano da tutto.Salvo dalla miseria che si riversa bocconi sul nostro torpore.
Ragioniera, figlia di un ragioniere, ragionava fra sé e sé, su come sbrogliare un brogliaccio contabile ingarbugliato fino all’inverosimile. Era ragionevole pensare che data l’ora tarda prossima alla chiusura, ella non sarebbe stata in grado di portare a compimento un interminabile partita doppia che si protraeva ormai da una settimana. Era altresì ragionevole pensare che durante questo fine settimana sarebbe certamente piovuto, come annunciava il bollettino dei naviganti trasmesso alla radio.
Ragion per cui, ella sospirando chiuse il libro contabile, spense la luce nella stanza e chiudendosi la porta alle spalle aprì l’ombrello e uscì in strada. Erano le 18,30 di una limpida serata di questo venerdì sera. Alle 18,33 iniziò a piovere.
-“C’é da fidarsi del bollettino dei naviganti, oltre ogni ragionevole dubbio” ella pensò.
E si avviò verso casa
Chiunque, con differenze più o meno grandi, si forma una scorza emotiva
Parcheggio la macchina al primo McDonald’s che mi capita sotto gli occhi. Entro dirigendomi al bancone. Una ragazza in divisa rossa prende le ordinazioni, indifferente e distaccata, con gesti di perfetto automatismo.
-“un doppio cheese-burger con patatine fritte e un chinotto” ordino
-“mi spiace, ma non abbiamo chinotto” dice la ragazza
-“allora una coca-cola”
-“pepsi, solo quella”
-“si, ma un bicchiere piccolo, grazie”
Mentre aspetto quanto ordinato, controllo se ci sono tavoli liberi in sala.
Mi siedo. C’è odore di olio rifritto, e musica scadente, c’è chiasso di mandibole, e di salsa che sguiscia dai bordi dei panini. Rumori diversi si mescolano alle voci delle persone, come il fumo che circola in una stanza. Volti sfocati da aria viziata.
Smetto di guardarmi intorno e butto giù meccanicamente l’hamburger, la patata fitta e la pepsi che mi hanno servito.
Io stessa non sono più tanto sicura dei miei sentimenti, e sono confusa.
Gesti estremi di autolesionismo, c’è chi si taglia le vene, chi si rifugia in un McDonald’s.
Keeping Things Whole
In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.
When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.
We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.
Mark Strand
Aprire gli occhi al suono della radiosveglia alle sei e trenta. Scendere sempre dalla parte sinistra del letto. Preparare il caffè,vestirsi, bere il caffè, lavarsi i denti, pettinarsi, osservarsi allo specchio. Uscire di casa alle sette e trenta.
Fare la doccia, lavarsi i denti, mettersi la crema. Controllare se il gas è chiuso prima di andare a letto. Programmare la radiosveglia per le sei e trenta. Coricarsi dalla parte sinistra del letto. Leggere qualche pagina prima di chiudere gli occhi.
Attività ripetitive necessarie a riequilibrare energie maldistribuite durante la giornata: l’abitudine, alle proprie abitudini, è una rassicurante coperta che avvolge nel tepore le mie insicurezze.


